gli incendi che non ho spento

Quando fai il volontario antincendio, l’estate la vedi come il tuo momento in campo.
Se fosse il calcio sarebbe il campionato. Se fosse lavoro sarebbe tornare in ufficio. Se fosse guerra sarebbe la chiamata alle armi.

È quel momento che aspetti con timore e desiderio, un filo di batticuore, un sacco di domande, tanta voglia di esserci, di tornare nella tua posizione, seduto a destra di fianco all’autista da buona prima lancia.

Ed è così che la sognavo questa stagione, nel freddo inverno di Milano.
Perché i tramonti, se li scorgi oltre il vetro del Defender, sono più belli.
E le spiagge e le ragazze, anche.
E la Sardegna, infinitamente.
È bello guardare il mondo dalla propria posizione in campo.
Forse è una sensazione che provano anche i calciatori, allo stadio.
Sa di casa.

Poi quest’anno sono quasi morto. Mi sono rotto una costola nel periodo d’arrivo di questa strana epidemia e sono arrivato in ospedale proprio nei giorni del lockdown.
Rimanendo a casa, senza cure particolari, ho sfiorato la tragedia.
Poi ho sfiorato la pandemia, dopo aver passato quasi due giorni in isolamento.
Poi ho sfiorato la fine della mia carriera da volontario, quando mi hanno detto che non avrei mai più potuto fare un’attività come questa.

Nei giorni in ospedale, con Milano fuori che viveva di silenzio e sirene, tutto quello che sognavo era di essere sul mio (mio ma di tutti i soci) Defender, insieme all’autista, con la tuta, gli occhiali protettivi, la brezza che entrava dai vetri, i colori della Sardegna, le comunicazioni graffianti della radio della Forestale.
Era tutto quello che sognavo. Non l’estate, non le ragazze, non le disco. Quel posto lì. Con gli odori che conosco bene; plastica del cruscotto, cenere di un vecchio intervento, pelle dei sedili, salmastro, forse sigarette.

Poi la speranza. Miglioro. Può succedere. Passo due mesi a casa, a Milano.
Torno in Sardegna in nave a maggio, attraverso controlli sanitari, check point della polizia, blocchi al porto.

Faccio due settimane chiuso in casa per l’isolamento fiduciario.
Esco.

Vorrei fare un turno. Pranzare al Porticciolo coi gnocchetti sardi, la radio appoggiata sulla tovaglia di cotone grezzo. Il cuore che aumenta insieme al vento, quando in mare ci sono le onde bianche.

Spengo un incendio, a luglio. È notte, è sul bordo della statale. Il naspo non mi è mai sembrato così bello da stringere tra i guanti.

Però c’è questa emergenza. E per vari motivi mi rendo conto che no, questa estate non riesco. Motivi di famiglia, di priorità, forse di consapevolezza.
Tre mesi senza essere in campo.
Una volta sarei impazzito.

Eppure, mi rendo conto adesso che l’estate è finita, adesso che le piogge si portano via le emergenze una goccia alla volta, che non ho mai imparato tanto dalla mia associazione come durante gli incendi che non ho spento.

Il primo. In un pomeriggio di luglio. Mi sto allenando sulle curve che portano alle Saline.
Leggo sulla chat che c’è un incendio una decina di km oltre. Pochi attimi dopo sento il bitonale scendere lanciato come una freccia.
Mi fermo al bordo della strada. Vedo Federico nel posto che di solito prendo io.
Il cuore dentro un po’ si ferma. Ma forse vuol dire anche questo crescere no?
Faccio il saluto militare. Lui ricambia. Li guardo sparire oltre le curve.
Vorrei essere lì con loro.
Eppure sento dentro una sensazione bella.
Sono lì con loro.
Che forse non è tutto mio. Che la squadra non sono solo io.

Il secondo incendio è sulla stessa statale di quello che avevo spento a luglio.
Da casa, mente seguo lo sviluppo dell’operazione dalla chat, sento un concerto di sirene. Vedo il fumo che si alza nella notte.
Vorrei vestirmi e andare, ma è qui che imparo, se mai ce ne possa essere bisogno ancora, che le scelte che fai vanno rispettate. Anche se senti dentro un concerto di musica rock.
E imparo, in questa notte che non dimentico, l’importanza di essere freddi e razionali, se si vuole essere volontari. Se si vuole fare sul serio. Lucidi.

Il terzo incendio è di domenica.
È dall’altra parte della baia rispetto a casa mia.
Lo vedo partire. È pomeriggio presto, il sole è alto, c’è maestrale, il fumo accelera.
Le sirene le sento a tratti, portate dalle raffiche di vento.
La squadra raggiunge la località e lo spegne prima ancora che diventi rogo.
Tre minuti, forse meno.
Vorrei essere lì. Ma questa è difficile.
Quando arrivi in un incendio già formato non devi avere il guizzo, lo scatto. Qui sì, è tutta una questione di secondi.
Devi essere bravo a guidare piano e poi essere rapido quando sei lì. Accendere il blitz, staccare la lancia, accelerare il motore, tirare il naspo.
Vorrei essere lì nel mezzo, un po’ arrogante, un po’ barroso.
E invece sono qui, sulle rocce a guardare l’incendio come facevo da ragazzino.
E mi sembra incredibile che nella vita normale di solito sono là, dove ho sempre sognato.
Ma imparo che fare questa attività è un impegno continuo, per garantire l’eccellenza che la squadra di oggi ha dimostrato pienamente. Non basta avere la tuta. Te la devi meritare.

Il quarto incendio è ancora di notte. E tira vento. Forte.
Ha piovuto di mattina e l’odore di fumo stanotte è diverso d a quelli che senti di solito.
Sembra quello di un caminetto di montagna. Forse perché sta bruciando legna ancora umida. È un sapore dolce, quasi piacevole, a differenza di quello acre degli incendi nei pomeriggi a trentacinque gradi.
Salgo sulle rocce in cerca del fumo ma non si vede niente, evidentemente il vento lo tiene basso e poi è notte.
Da qui si vede tutto il paese, con una luna in cielo grandissima e le luci delle abitazioni, delle case di vacanza, degli hotel.
Il vento profuma di settembre in arrivo.
Provo le sensazioni degli incendi notturni di fine estate, quando l’aria è già fredda e corri su statali deserte illuminate dalle luci blu dei lampeggianti.
Nuvole veloci nel cielo mentre pensi alla stagione che verrà: il lavoro, la scuola, la vita di tutti i giorni.
Le rocce ancora calde dal sole di oggi. Il profumo del cisto denso come il burro.
Il mare con le sue onde sulla spiaggia buia.
Non ho spento nemmeno questo.
Ma, dentro, l’amore c’è.
Imparo che spesso per renderti conto di quanto ami una cosa, per quanto sia difficile e impegnativa, o per quanto sappia darti emozione, stare in panchina serve.
Anche solo per il fatto di non abituarsi al campo.
Per non dimenticarne il valore.
La bellezza.
Per ritrovare l’umiltà, forse.
Per imparare a farsi rispettare da singolo.
Per ricordarsi di fare gioco di squadra.
Per innamorarsi. Ancora.