Il presidente raggiunge lo spogliatoio accompagnato da una donna col fisico da modella, le gambe lunghe già abbronzate, lo sguardo assente, distante. Ma bellissima.
“Mister mi ha fatto retrocedere la squadra, lo sa?”
L’allenatore fissa il tunnel con il volto serio.
“Lo so. Ma sa bene anche lei che sarebbe stato difficile salvarsi senza innesti”. Il presidente ignora la risposta.
“Quel rigore di oggi”.
“Cosa?”
“Perché non l’ha fatto battere al 10?”
“Perché Mokayu avrebbe segnato, se lo meritava”
“Mi sembra un ragionamento esageratamente romantico. Che soprattutto mi porta a esonerarla”.
Il mister lo guarda per un istante, poi sfoggia un sorriso triste.
“Non è che mi dispiaccia poi tanto” dice, con il suo accento romano.
“No?”
“No”.
“Perché scusi?”
(La compagna del presidente si fissa le unghie).
“Ma a lei non urta la curva?
Il presidente sorride.
“Andiamo, è colore, folklore”.
“Grazie presidente”.
“Per cosa?”
“Per la stagione”.
“Non dice altro?”
“No”
“La sto esonerando”.
“Ho capito, ho capito. Sa come si dice in questi casi dalle mie parti?”
“No, come si dice?”
“Sticazzi”.

Ahmed non si cambia nemmeno. Entra negli spogliatoi, raccoglie la borsa e cerca le chiavi del motorino nella tasca esterna, prima di indossare il casco e partire di scatto per andarsene via, lontano.
La statale chiama, la statale è una benedizione, la statale ti porta via, ti salva. La statale è una delle cose migliori di questa nazione, pensa, mentre si lascia il paese e la sua rabbia alle spalle.
Soda sbarrata. Il sole che gli tramonta in faccia, il vento, il profumo dei campi, le lacrime che volano via, veloci, che corrono sulle guance, che partono dai suoi occhioni e si perdono sull’asfalto ancora caldo dal sole di oggi.

 

Io non ricordo bene quando ho capito che ti amavo. Forse è sempre stato così, forse, come in una storia di persone che crescono insieme, ci siamo baciati davvero da teenager, ci siamo fatti delle promesse, abbiamo litigato, siamo cambiati.
E poi, un giorno, sono andato via. Ci siamo visti sempre meno, ci siamo raffreddati, anche se abbiamo vissuto estati da batticuore. Ma erano fuochi di paglia, non la fiamma calda di un caminetto.
Di tutte le mie storie estive, il mio vero amore sei tu. Quando mi baci con il tuo vento. Quando mi sorridi con gli occhi di un pastore temprato dalla vita, quando mi culli con le stelle e i profumi di cisto. Di chessa.

 

Scrivevo di te per sembrare degno. Adesso ti scrivo perché ti amo.
Perché sei figa, perché ti difendo anche quando tutti mi dicono che non ha senso, perché con te è sempre vita, è sempre tutto acceso, è tutto vivo, perché con te sono completo. Tu, mi completi.
La solitudine delle storie a distanza. Per non soffrire sono cambiato, ho messo un pezzo di acciaio davanti al cuore e ho finto che non esistessi, che non ci fossi, che non fosse mai successo.
E poi ci ho messo dentro tutto quanto.
Perché non mi sentivo alla tua altezza, perché pensavo di non meritarti. Perché starti lontano faceva così male che forse era meglio anestetizzare tutto quanto.
Ma ti amo.
Sei la cosa migliore di tutte, quella che mi ricorda il perché dei miei respiri, che mi dà la forza di uscire da casa anche domani, di esserci. Di esserci per te.
Siamo cresciuti insieme. Mi hai visto bambino, con lo skate. Abbiamo condiviso le chiamate dalle cabine telefoniche, mi hai visto guerriero, mi hai visto spento. Mi hai visto quando non capivo più niente. mi hai visto rinascere, mi hai riacceso. Mi hai visto tornare a camminare.
Mi hai visto tornare a sorridere. Partire e tornare.
Affrontare tutte le cose. Ripartire.
Io e te siamo una storia a distanza da sempre, ma non c’è mare che possa tenerci lontani. Ti amo da continentale, ti amo da straniero forse, ma ti amo. Ti amo nei tuoi particolari, nei tuoi profumi, nelle tue albe, nelle tue notti, nelle tue stelle. Sei il mio battito, sei la mia casa, sei il mio amore grande.
Ti amo Sardegna.
Tuo, Michele.

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CITTADINA ITALIANA