Fuori il cielo è ancora buio ma già, oltre il promontorio di Golfo Aranci, il sole si sveglia. Qui, in cima alle scale che portano al garage numero 3, non possiamo ancora vederlo. Oggi mi sveglio con loro, saranno una trentina e sembra che si conoscano tutti. Hanno sorrisi semplici, fanno battute da maschi alfa, hanno gli occhi stanchi. Sono i trasportatori che lavorano sulla Sardegna.
Li guardo. Persone anonime, di cui nessuno conosce il nome. Eppure sono loro che, macinando migliaia di chilometri su autostrade lontane, permettono alla loro terra di prosperare. Le speranze e il futuro, la semplice quotidianità di una giornata di scuola, di un pranzo, i sorrisi di un aperitivo, il piacere di una cena tra amici, sono in mano al loro lavoro. Un mestiere duro, solitario, difficile, forte. Se parliamo di caccia, sono i cani da riporto, fidati, fedeli.
Si prendono in giro, ridono. Hanno facce da bulli di quartiere, di persone che un buttafuori non farebbe mai entrare nel privé di un locale. Eppure il loro compito è fondamentale.
Ricordo che da bambino, quando giocavo alla nave del Lego, facevo sempre un annuncio in cui il comandante chiedeva di liberare le cabine per lasciarle ai camionisti. Perché stavano lavorando.
Le navi che portano in Sardegna sono, nel sentire comune, vettori di festa e vacanza, di tempo libero, di leggerezza. È splendido scoprire che, oltre alle risate dei turisti sul ponte, trasportino una fortissima componente di impegno e dedizione. Che poi è anche merito loro se le vacanze da queste parti sono davvero vacanze. Grazie trasportatori sardi.

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