Quando avevo sedici anni, quando giocavo a tennis sognando di raggiungere l’ATP, quando pensavo che prima o poi ce l’avrei fatta, quando mi davo come un pazzo a questa cosa, un giorno, imparando a leggere la Gazzetta dello Sport, lessi un’intervista a Thomas Muster, campione dal passato burrascoso, l’atleta che, investito da un balordo ubriaco, si era rotto entrambe le gambe, quello a cui tutti avevano detto che non ce l’avrebbe fatta, quello che tutti pensavano fosse ormai un bel ricordo sfocato, una bella fotografia da tenere nei ricordi dell’ATP di Montecarlo o del Roland Garros o degli Internazionali d’Italia al Foro Italico. Ecco, Thomas. L’austriaco pazzo, che invece, come per miracolo, ma miracolo vero, che i miracoli spesso sono il cuore che esplode, si era rimesso a nuovo, aveva ricominciato da zero, forse da meno di zero, ed era tornato a giocare. Tanto da diventare numero uno del mondo per un paio di settimane. Cioè. Questo nemmeno riusciva a stare in piedi e poi torna e diventa il numero uno del mondo? Bah. Che cose. In un’intervista alla Gazzetta, dicevo, alla domanda del giornalista “Perché urli a ogni colpo?” Thomas rispose: “Mi dicono che urlo troppo? È perché è troppo tempo che non vedo la mia ragazza”.
Che frase. Ma cos’è la tua ragazza? La tua ragazza è lei. Quella che ti fa tirare delle bordate in lungolinea solo per il desiderio di vederla ridere. La tua ragazza è quando sei sotto di 0-40 e immagini lei che piange davanti al cinema e allora capisci che non ti interessano le coppe, le vittorie, le fan, la classifica, tutta roba da loser, ma che vuoi solo combattere per tornare al cinema con lei.
La tua ragazza è sono in campo perché custodisco noi. Oppure ricevere delle battute sull’asfalto, che non è il tuo terreno di gioco, a duecento orari, con i polsi che ti esplodono di dolore.
La tua ragazza sono quei novanta secondi di silenzio tra un game e l’altro e tu che immagini la sua voce, perso in un master 1000 da qualche parte nel mondo.
La tua ragazza è quell’amore che ti fa scendere lo stesso in campo anche se il medico ti ha detto di dare forfait, perché non te ne fotte un ca**o del parere dei medici, ma vuoi solo arrivare alla fine, vincente o sconfitto, e chiamarla da un telefono degli spogliatoi, perché sono ancora gli anni Novanta, e dirle, amore. ciao amore, lo sai che quando stavo sotto di 4-6, 1-5 ho pensato a quando mi hai baciato e mi sono reso conto che mi manchi da morire.
E lei ti risponde, com’è andata poi? E tu le dici che hai brekkato due volte, chiuso un game a zero, che il pubblico ha cominciato a impazzire ma che tu continuavi a pensare a quel bacio ed era come se non ci fossi, in campo. Che poi hai fatto 7-5, sei andato un set pari e al secondo game del terzo sei caduto per terra dai crampi, che il medico si è chiesto come tu abbia fatto a tenere due set, ma lo dici come se fosse cronaca, perché in fondo, quel bacio, quella sera, dopo il ristorante, quello era davvero un ace.
La tua ragazza è la vera finale. Un sorriso al mattino, svegliarsi insieme, un bacio. Scendere in campo ma cercarla tra la folla, lei che è così semplice che non ama i parterre vip ma si mette su in piccionaia, che dice che da lì si vede meglio il cielo.
E sbracciarsi quando sei 0-15 per salutarla, con la tele che non capisce a chi ti stia rivolgendo.
E lei che ti sorride. E lo vedi solo tu, anche se tra un milione di persone.

 

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