SCRIVERE DA CALCIATORI

Scrivere forse è un po’ come fare il calciatore.
Un pezzo come questo sono i 90’. E scrivere un libro è come giocare un campionato.
E il foglio è rettangolare proprio come un campo di calcio.
Mentre guido sulle statali che mi portano a una doccia calda penso anche che quella cosa che si dice, campione dentro e fuori dal campo, valga anche per chi scrive.
Troppe volte è facile essere belli nelle frasi che si scrivono e poi, fuori, avere una vita che lascia desiderare.
Ecco, è proprio come essere un calciatore. Una carriera che va avanti di stagione in stagione, con poche certezze nelle serie minori. Solo in serie A ti fanno i contratti e, allo stesso modo, solo le case editrici mainstream ti fanno i contratti che ti permettono di dormire sonni tranquilli. Altrimenti la tua vita è un’avventura fatta di viaggi, trasferte, incertezza e passione.
Proprio come fare il calciatore.
Con le persone che, quando passi dal bar, dopo un paio di birre e un amaro, si permettono di dirti: “Ma chi te lo fa fare? Quel goal nel sette lo avranno visti in duecento, fossi stato in serie A lo trasmettevano centomila volte”.
E tu li guardi e non rispondi, perché quel goal nel sette, in quel pomeriggio di pioggia, con l’odore dei campi che arrivava forte tanto da stordire, è stato uno dei momenti più belli della stagione.
Allo stesso modo molte volte, se scrivi e sei un po’ di vecchio stampo, come mentalità, con gli scarpini comprati al mercatino e quella fierezza che, cavolo, niente riesce a smussare, ti diranno la stessa cosa.
Ma come, scrivi e non vendi ancora centomila copie? Ma cosa lo fai a fare?
E tu li guardi e vorresti rispondere, mi piace così.
Oppure.
Ero innamorato e scrivendo torno a esserlo.
O infine.
Mi piace sentirmi libero.
Perché come un calciatore, ma qui in tutte le cose, il punto centrale è il motivo.
Giochi per le lambo o perché ti piace?
Lo fai per il conto corrente o lo fai perché è casa?
Quando scendi in campo a cosa pensi?
Cosa sogna un calciatore quando scende in campo? Uno che lo fa per lavoro intendo. E non uno di serie A. uno.
Si chiede se c’è l’osservatore (che poi è proprio come coi libri quando speri che lo legga uno influente davvero).
Oppure scende in campo per il risultato?
O per la curva?
O per la moglie?
O per l’amore del gioco?
O per abitudine?
Perché un calciatore scende in campo ogni domenica?
Secondo me, nove su dieci, tra quelli che giocano in C, se superi la prima risposta, quella da manuale, ti risponderanno qualcosa del tipo: “Boh, c’era la partita e giocavo titolare”.
Nel senso, non andranno a cercare dei motivi, perché per loro è normale. Non lo è per noi che non siamo calciatori.
È così, secondo me, per chi scrive. È normale.
Farlo equivale a una serie di allenamenti quotidiani, tutti i giorni dell’anno, anche quando piove, anche quando fa un freddo che non riesci a smettere di tremare, con il campo zuppo che affonda a ogni passo e tu che guardi il cielo, con la nebbia che fa i tondi attorno alle luci e ti chiedi ma chi me lo fa fare? Ma non ti rispondi perché la risposta è ti amo calcio. (leggi pomeriggi passati in biblioteca con fuori che fa buio e i banchi che si svuotano).
Ed è bellissimo. Non lo scambieresti, ecco.
Insomma, scrivere e fare il calciatore forse sono la stessa cosa, da un certo punto di vista.
Ci sono la disciplina, l’allenamento, le prove, la tecnica (la grammatica), le partite che guardi (i libri che leggi), i tiri (le frasi), le punizioni (le headline), i rigori (le headline facili), i campionati (un libro) e i 90’ (racconti, storie, pezzi come questo).
C’è la Nazionale (il tuo libro che va in biblioteca) e ci sono le coppe europee (traduzioni del libro in altre lingue).
C’è l’aspettativa dei tifosi (lettori), ci sono i campi in cui giocare (i formati dei libri), le interviste del dopo partita (presentazioni del libro), le pagelle (uguale) e poi, quando hai successo, un sacco di groupie (più belle quelle dei calciatori).
C’è la stagione che va bene (il libro che piace), quella dello scudetto (il libro che fa il botto), quella della retrocessione (il libro che fa schifo a tutti), quella di mezza classifica (il libro che: mmm sì dai però era meglio quello prima).
E poi ci sono i ruoli. C’è il portiere (quello che scrive della vita che ha), l’attaccante (quello che scrive della vita che vorrebbe), l’ala destra (quello che scrive della vita che sogna), il mediano di spinta (quello che scrive perché serve, ragazzi, serve a tutti, è sociale).
Ci sono i difensori (quelli che scrivono in difesa di valori, persone, amicizia) e i centrocampisti (quelli che scrivono della situazione contemporanea).
Gli allenatori (i prof, per qualcuno gli editor, per altri gli editori).
I magazzinieri (tipografi, correttori di bozze, stampatori).
I massaggiatori (in questo caso gli amici che ti leggono prima che esca il libro, quando sei in ansia).
Ecco. Insomma. È tutto un grande campionato. E se lo vuoi giocare con il cuore, non devi fare altro che giocare. O scrivere. O fare la cosa che fai nella vita. Ma con questa attitudine.
Perché ogni giorno scendiamo in campo, in questa vita, e ogni giorno possiamo scegliere se farlo per i tre punti, perché ce lo dice il contratto o perché amiamo il profumo dell’erba, il suono del pallone quando lo calci di collo pieno e il colore del cielo sopra lo stadio. E il cuore che batte forte.
Qualunque sia la serie in cui giochiamo.